Tensione, 1959
Bronzo e marmo nero
74 × 168 × 39 cm

Nonostante abbia mutato materiali, dai metalli alla pietra e al marmo nel corso della sua attività, Giò Pomodoro è stato sempre fedele al suo proprio linguaggio, alla sua cifra stilistica. Condividendo col fratello Arnaldo l’idea di opera scultorea come compresenza di tensioni, l’artista fino alla fine degli anni Sessanta ha scelto la superficie come oggetto di intervento plastico. Su di essa, interviene per trarne uno sviluppo plastico mediante flessioni della materia, rientranze e sporgenze che danno spessore al piano, lo rendono quasi un corpo elastico. Lo sviluppo plastico viene per così dire riconquistato, dopo che il tutto tondo è stato negato dallo sviluppo in piano, come originato dalla forza latente nella materia. Questa dialettica fra diverse proprietà si fa più marcata con la presenza di una base su cui la scultura si installa, che sottrae ulteriormente “peso” visivo alla massa, già elaborata con pieghe e rientranze che l’attraversano in senso orizzontale.